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Aldo Moro nelle carte dell’archivio Donat-Cattin

Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin

Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin: un lungo “rapporto di reciproca stima nella diversità. Una collaborazione andata modificandosi nel corso degli anni Sessanta e Settanta”, che le carte d’archivio documentano.

Il video Aldo Moro nelle carte dell’Archivio Donat-Cattin, presentato all’incontro dell’ 8 maggio 2018 al Polo del ’900 1978-2018 Aldo Moro, un uomo libero, e ora visibile sul sito della Fondazione Donat-Cattin, propone alcuni documenti tratti dall’Archivio di Carlo Donat-Cattin e dall’Archivio della Segreteria regionale della Democrazia cristiana, che la Fondazione conserva e rende frubili su 9centRo.

«Donat-Cattin è un Nino Bixio che cercava il suo Garibaldi e lo ha trovato in Aldo Moro»[1]. Questa definizione di Indro Montanelli è un modo per rappresentare la relazione tra i due politici democristiani. Definizione giornalistica, ricca di verità, ma tale da semplificare la complessità delle relazioni tra i due; e che non rende giustizia, né all’uno né all’altro. Perché Moro non fu Garibaldi (gli mancavano l’irruenza e la vocazione al comando) e perché Donat-Cattin non fu mai, dall’inizio alla fine della sua vicenda politica, subalterno allo statista pugliese. Montanelli non amava né l’uno né l’altro, ma aveva tanta acutezza da comprendere che comunque c’era qualcosa di speciale nelle loro vite politiche e nell’amicizia che li aveva legati.

Se si parte dalla fine, la storia del rapporto politico tra Carlo Donat-Cattin e Aldo Moro è segnata da una riconoscenza non convenzionale. Lo si comprende dall’articolo scritto dal leader di Forze nuove sulla «Gazzetta del Popolo» il 16 marzo 1979, un anno dopo la strage di via Fani che portò al sequestro e alla morte del presidente della Dc. Come il paese, Donat-Cattin rimase tanto colpito dall’epilogo tragico di quella vicenda, da sentirsi in dovere di chiedersi: “Potevamo essere meno rigidi? Dovevamo agire di più, inventare, sommuovere, minacciare, ritorcere, pagare, pregare di più per ottenere la salvezza? […] un malessere mi percorre e un senso di colpa personale e di pena mi stringe. Da allora, il cuore sarà inquieto, per sempre[2]”.

Interpretando il disorientamento di un partito e di una classe politica senza più guide, Donat-Cattin accoglieva fino in fondo la sfida profetica che Moro da prigioniero aveva lanciato: «Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa»[3]. E lasciava intravedere ciò che sarebbe accaduto alla figura dello statista democristiano.

Soprattutto prevedeva che la sua eredità politica sarebbe stata usata in modo proprio o improprio per suffragare scelte e decisioni sulle quali non sarebbe stato lecito prevedere il giudizio dello scomparso…[4].

[1] I. Montanelli, Donat-Cattin, in «Corriere della Sera», 2 novembre 1969, p. 3.
[2] Articolo per la «Gazzetta del Popolo» del 16 marzo 1979, pubblicato con il titolo Quell’uomo, trent’anni per l’Italia. Una vita per la politica, conservato in dattiloscritto in Fondazione Carlo Donat-Cattin di Torino, Archivio Carlo Donat-Cattin, 55/15.
[3] A. Moro, Lettere dalla prigionia, Torino 2008, p. 100.
[4] Dall’introduzione di A. Parola al carteggio Moro – Donat-Cattin pubblicato in L’Italia di Donat-Cattin. Gli anni caldi della Prima Repubblica nel carteggio inedito con Moro, Fanfani, Rumor, Forlani, Andreotti, Piccoli, Zaccagnini, Cossiga, de Mita (1960-1991), a cura di V. Mosca e A. Parola, Marsilio Editori, 2012.

 

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